In memoria di Michelangelo e Katy Andreoni

In memoria di Michelangelo e Katy Andreoni

In memoria di Michelangelo E Katy Andreoni

Mirko Moriconi, 24 anni, e sua madre Kety Andreoni, 52, sono stati uccisi a colpi di fucile dal padre e marito, Piero Moriconi, nella loro casa di Camaiore. Ha ucciso probabilmente perchè considerava l’omosessualità del figlio un affronto a lui stesso e la moglie che difendeva e accoglieva il figlio un tradimento.

C’è un fatto di cui si discute poco. Se una donna viene uccisa perché donna, la legge riconosce quel movente. Se qualcuno viene aggredito per il colore della pelle, per la religione, per l’origine etnica, la legge riconosce quel movente. Se una persona con disabilità è vittima di un reato per la sua condizione, esistono aggravanti specifiche.

Ma se qualcuno viene picchiato, umiliato o ucciso perché è gay, lesbica o transgender, oggi quello stesso odio non viene riconosciuto come un crimine d’odio. È considerato, al massimo, un reato comune aggravato da motivi abietti o futili.

Non è una dimenticanza. È una scelta. Da quasi trent’anni ogni tentativo di introdurre una tutela specifica è stato respinto.
Una democrazia non misura il valore delle persone dalle simpatie della maggioranza. Lo misura dalla capacità di proteggere anche chi è più esposto al pregiudizio.

Se la legge stabilisce che alcuni odi meritano un riconoscimento penale e altri no, finisce per costruire una gerarchia tra le vittime.

Questa non è una battaglia ideologica. È una questione di uguaglianza davanti alla legge. E non possono risolverla i magistrati, che applicano le norme esistenti. Può farlo solo il legislatore, decidendo se l’odio contro una persona debba valere meno solo perché colpisce il suo orientamento sessuale o la sua identità di genere.

Grazie a Francesco Lepore e al magistrato Stefano Ponti per gli spunti su questa riflessione.

Matteo Rastelli - Vicepresidente del Comitato @CremonaPride

Sei giorni fa, Piero Moriconi uccide a colpi di fucile sua moglie Kety Andreoni e suo figlio Michelangelo Andreoni, nome d’elezione quest’ultimo che la vittima utilizzava per se stessa sui social.

Michelangelo era una persona queer. Aveva fatto dapprima coming out come ragazzo gay, e poi, come riferiscono alcune fonti, stava valutando l’inizio di un percorso di transizione di genere.

Nei suoi video social raccontava del legame molto forte con sua madre. Una donna che pare sostenesse e rispettasse la sua identità. A lei infatti Michelangelo dedicava canzoni, video e poesie.

Il rapporto col padre emerge invece molto più turbolento. Sui social Michelangelo scrive “oggi ho fatto coming out come gay in famiglia, mi è stato detto meglio morto. Che sono la pecora nera della famiglia. Dal dolore ho provato a togliermi la vita. mio padre non mi accetta, spero che veda questo video e capisca il dolore che mi ha fatto”.

La situazione è confermata dalla cugina, secondo cui una parte dei parenti non accettasse Michelangelo proprio per questi motivi, tanto che i due erano costretti spesso a vedersi di nascosto. Lo confermano gli amici. Lo conferma l’insegnante di canto, secondo cui dopo il coming out Michelangelo stava finalmente riprendendo in mano la propria vita ma soffriva del fatto che il papà non accettasse la situazione. Il giorno che il padre gli disse di preferirlo morto piuttosto che gay, Michelangelo chiamò il suo insegnante e si mise a piangere al telefono. Cito: “Avrebbe fatto di tutto per farsi accettare e comprendere dal padre. Michelangelo amava molto anche lui e si era tatuato il suo nome sul braccio.”

Quelle di Michelangelo erano grida d’amore, di speranza verso un genitore. E invece suo padre l’ha ammazzat-a colpi di fucile insieme alla madre che ne prendeva le difese.

I social esplodono. Qui dietro potete leggere alcuni dei tanti commenti orrendi che giustificano un padre che vuole punire un figlio o una figlia perché queer o trans. Ma sul web ci sono anche altri commenti che alludono al fatto che Kety Andreoni si stesse “rifacendo una vita”.

È così, mentre la difesa di Moriconi parla di “scintilla inspiegabile” noi non possiamo far altro che notare il pattern del marito che perde il controllo sulla moglie e allora diventa violento. Del padre che perde il controllo sull’eterocisnormatività di chi ha messo al mondo, e allora diventa violento.

Non possiamo neanche ignorare il clima che genera tutti questi orribili commenti. Non sono casuali.

Non possiamo ignorare queste realtà quando parliamo di Michelangelo e Kety Andreoni? Ecco perché siamo qui oggi.

Siamo qui a ribadire che omofobia e transfobia sono fenomeni sistemici che sono la causa di violenze, oppure concorrono a generarle o motivarle, inasprendole e aizzandole.

Finché la famiglia tradizionale sarà tradizionalmente fondata sull’omotransfobia la salute mentale di figli, figlie e genitori peggiorerà. I loro rapporti peggioreranno. I loro legami si deterioreranno. Il clima di intolleranza sarà anticamera di violenza. La vergogna e la riprovazione sociale saranno benzina su un falò acceso da tanti altri fuochi.

Chi infiamma questo clima a livello sociale, ma anche e soprattutto a livello politico, ha le sue responsabilità. E lo dobbiamo dire senza mezze parole e a gran voce. Ha responsabilità Chi rifiuta l’educazione nelle scuole; chi rifiuta di vedere le violenze contro le persone queer come fenomeno sociale e culturale urgente. Ha responsabilità Chi rifiuta il problema del femminicidio. Chi parla di noi persone queer come mostri, peccatori, malate, o come di lobby malvagie. Ha responsabilità Chi basa il suo intero programma politico sull’usarci come capro espiatorio dell’odio e dell’insofferenza sociale.

Chi getta benzina sul fuoco sta mantenendo accesi i roghi su cui gettano i nostri corpi. I roghi su cui brucia la nostra gente, i roghi su cui bruciano le donne e le persone LGBT.

Su questo rogo, oggi, bruciano Michelangelo e Kety Andreoni. E noi non lo possiamo sopportare, e non lo possiamo dimenticare.